Cultura

Per capire l’arte ci vuole una sedia: rubrica di Floriana Conte | | Lo strano caso del Dr. Sambon e di Mr. Hyde: l’enigma dei capitelli

Gli storici dell’arte condividono il metodo di lavoro con i medici e con gli investigatori: tutti raccolgono indizi per formulare una diagnosi. Pertanto è naturale che il racconto che segue appartenga al genere del giallo (un genere molto amato dagli storici dell’arte) e che, come un giallo, si sviluppi tra epoche e città diverse, dal Medioevo di Federico II e di Isabella d’Aragona alla New York di La casa della gioia per finire a Stuttgartt durante gli anni di piombo, dagli scavi del duomo pugliese di Troia alle sale del Metropolitan Museum di New York e che i personaggi siano mercanti, storici dell’arte, falsari, funzionari. Anche il titolo del racconto e i titoli dei paragrafi sono omaggi ad alcuni celebri racconti del mistero: al lettore il compito di svelare a sé stesso questi indizi disseminati nel racconto e, magari, la curiosità di leggere gli originali, se ancora non lo ha fatto. Storia dei capitelli A Parigi, tra il 16 aprile e il 16 maggio 1928, il mercante Arthur Sambon organizza nel suo “hotel particulier, 7, Square de Messine” una “exposition de sculpture comparée de l’Antiquité, du Moyen Age et de la Reinassance” allo scopo di illustrare gli aspetti diversi e contrastanti della “progression de l’art sculptural”. Il ricavato della vendita è destinato all’“Union des Arts (fondation Rachel Boyer)”. Tra i ventidue Chapiteaux et Colonnes elencati nel catalogo illustrato venduto a 15 franchi (la versione senza immagini ne costa 5) con le riproduzioni dell’“Hélio[graphie] Léon Marotte Paris” c’è un “Chapiteau orné de feilleus de chou et de têtes représentant les différentes races humaine” in pietra, proposto (con una buona dose di approssimazione) come esemplare di “Art padouan du XVe siècle”, senza dettagli sulla provenienza (di altri pezzi in catalogo Sambon dichiara l’appartenenza a più e meno note raccolte private, ma tutti

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Cultura

Prada ricicla le memorie di Adriano (e di Costantino, di Federico II, di Lorenzo il Magnifico…)

                      “Tutto è pronto: l’aquila incaricata di recare agli dèi l’anima dell’imperatore è tenuta in riserva per la cerimonia funebre; il mio mausoleo, sulla sommità del quale vengono piantati in questo momento i cipressi destinati a formare contro il cielo una piramide nera, sarà terminato pressappoco in tempo per deporvi le mie ceneri ancor tiepide”. Così nel 138 d. C. l’imperatore Adriano si appresta a vivere i suoi ultimi minuti terreni secondo Marguerite Yourcenar (cito dalla penultima pagina, 275, della ristampa italiana del 1988 per Einaudi del testo di Memorie di Adriano). Tra il 135 e il 139 d. C., in un’area di Roma oggi centrale, viene eretto il mausoleo nel quale Adriano volle che fossero tumulate le sue ceneri, quelle di sua moglie Sabina e del primo figlio adottivo, Lucio Elio. Il mausoleo era circondato da un giardino, il paradeisos, popolato da statue di animali, tra cui due pavoni di bronzo dorato che dovevano sorprendere, con la loro meravigliosa fattura realistica, chi si avvicinava al monumento pagano poi convertito nella fortezza cristiana divenuta residenza di papi e ancora oggi nota come Castel Sant’Angelo. I pavoni erano un soggetto prediletto dall’arte funeraria romana: sacri a Giunone, erano simbolo di immortalità e alludevano all’apoteosi, soprattutto di imperatrici. Con la doratura ancora parzialmente conservata, la raffinatissima resa del piumaggio e dell’atteggiamento, uno dei due pavoni ha viaggiato dai Musei Vaticani (dove è conservato) fino al Podium della Fondazione Prada a Milano, dove sorprende, altero, i visitatori che entrano nel primo dei due spazi espositivi allestiti da Rem Khoolaas per la mostra Recycling Beauty (sul pavone si veda la scheda 6 di Claudia Valeri in catalogo, pp. 121-123). Al centro del Podium si può girare attorno a una scultura monumentale con un leone

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