
Per capire l’arte ci vuole una sedia | | “Un film è come un dipinto”: la storia dell’arte secondo Martin Scorsese
Il cinema di Martin Scorsese ha contato moltissimo nella mia formazione di storica dell’arte insieme al cinema di uno dei modelli dichiarati di Scorsese, Luchino Visconti. Eppure ho chiuso l’articolo precedente di questa rubrica confessando di essere stata delusa dall’ultimo film di Scorsese, Killers of the Flower Moon. Naturalmente è tecnicamente un film eccellente, benissimo interpretato e con belle scene collettive: ce n’è una in cui le donne Osage stanno quiete, colorate, intossicate e di fatto prigioniere degli uomini bianchi come le donne di Algeri nell’esotismo per parigini di Delacroix. Nonostante l’accuratezza visiva e la grandezza degli attori, ho trovato Killers of the Flower Moon un film lento e sottotono in relazione alle aspettative sempre altissime che ho di fronte a un nuovo lavoro di Scorsese e nonostante la squadra schierata, che anche questa volta non giocava al ribasso: Thelma Schoonmaker, Robbie Robertson, Robert De Niro (mefistofelico come non era dai tempi di Angel Heart), Leonardo di Caprio (in un ruolo difficilissimo e con i denti guasti, quasi una citazione di quelli del Max Cady di De Niro per il grand guignol scorsesiano di Cape Fear). Killers of the Flower Moon mi è parso vicino ad altre opere in cui il regista ha riflettuto con gravità lenta (Kundun, Silence), senza esplosioni cinetiche ed emotive (Who is knocking at my door?, Mean Streets, L’ultima tentazione di Cristo, L’età dell’innocenza, perfino Casino, Godfellas e Cape Fear) sul rapporto tra il Bene e il Male mediato dalla religione o dalle convenzioni (che poi, a volte, coincidono) e nel quale il tradimento è inevitabile. Non so se una regia senza scossoni che a tratti mi faceva pensare a una serie tv di medio livello si deve alla quota di distribuzione pagata da Apple alla Paramount perché il film

