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Arte e religione in Fred Holland Day, e un saggio di Adalgisa Lugli

Arte e religione in Fred Holland Day, e un saggio di Adalgisa Lugli

Ci vogliono radici per costruire biblioteche: dai Gifuni al Premio “Giambattista Gifuni” . Su questo tema Floriana Conte, professoressa di Storia dell’Arte nell’Università di Foggia, alla quale è stato assegnato il Premio di cultura Giambattista Gifuni, ha tenuto una lectio magistralis l’8 marzo durante la cerimonia svoltasi nella Biblioteca della Camera dei deputati. Frequenti gli accenni da parte sua e di altri relatori alla nostra testata. Il testo che qui pubblichiamo riproduce integralmente la lectio magistralis, ma per ragioni di spazio, riproduciamo solo una parte del corredo iconografico proiettato durante la cerimonia) ***** “Che ci faccio io qui?” mi pare un esordio adeguato (non solo per citare il titolo della fortunata rubrica domenicale su “Il Messaggero” di Enrico Vanzina). Ricevo un premio per la diffusione del libro e della lettura, per il quale ringrazio Cinzia Greco per la Fondazione Nuove Proposte Culturali, il Presidente del Premio Giovanni B. Gifuni e, con lui, tutta la famiglia Gifuni; ringrazio Enrico Vanzina, un maestro nel cinema, nella scrittura e nella fotografia che ha accettato generosamente di parlare di me, onorandomi di un’amicizia ormai decennale. Un’idea di cosa ci faccio io qui ce l’ho: effettivamente leggo libri tutti i giorni, ne ho scritti alcuni e delle parole che scrivono e diffondono gli altri promuovo la lettura e l’ascolto. Promuovo la lettura facendo lezione all’università, parlando in occasioni pubbliche, scrivendo di libri e di tutto quello che dai libri scaturisce: la pittura, la scultura, le arti performative drammatiche e post drammatiche, il cinema. Soprattutto scrivo delle ricadute ramificate dei libri in una rubrica che alcuni di voi conoscono, che è ospitata dal dicembre 2021 da “Bee magazine” (testata online del gruppo “The Skill” diretta da Mario Nanni, che è qui in sala e che ringrazio per lo spazio e per la libertà che mi offre,

Le lacrime amare di Mirandolina, o poesia che mi guardi (su “La locandiera” di Carlo Goldoni diretta da Antonio Latella, con Sonia Bergamasco, al Teatro Strehler a Milano e in tournée fino al 28 aprile) “Tutte le opere teatrali che ho poi composte, le ho scritte per quelle persone ch’io conosceva, col carattere sotto gli occhi di quegli attori che dovevano rappresentarle, e ciò cred’io, ha molto contribuito alla riuscita dei miei componimenti, e tanto mi sono in questa regola abituato che, trovato l’argomento di una commedia, non disegnava da prima i personaggi, per poi cercare gli attori, ma cominciava ad esaminare gli attori, per poscia immaginare i caratteri degli interlocutori”: Goldoni scriveva commedie pensando agli attori che le avrebbero recitate, non viceversa. Senza attenersi a questo metodo pragmatico, Goldoni non avrebbe progettato “La locandiera”, scritta per l’attrice Maddalena Raffi Marliani e, dal carnevale del 1753 fino a oggi, la commedia con maggiore vita sulla scena del teatro italiano (ne percorre la fortuna storica Teresa Megale nella Nota sulla fortuna in fondo all’edizione critica di La locandiera, a cura di Sara Mamone e Teresa Megale, Marsilio 2007, pp. 309-434, alla quale faccio riferimento quando cito). Goldoni scrive La locandiera come soluzione drammaturgica per risolvere un problema concreto sorto all’interno alla compagnia. La prima donna “amorosa” Teodora Medebach non può recitare, quindi Goldoni si vede costretto a elevare di rango Marliani, già ballerina di corda e poi attrice nelle parti da “servetta”. A ben guardare, la rapida seduzione del cavaliere di Ripafratta con la quale Mirandolina mette alla prova le proprie abilità coincide, nei fatti, con il training con il quale l’attrice “servetta” si esercita a trasformarsi in prima attrice “amorosa” prova dopo prova, recita dopo recita. L’inganno seduttivo è anche una metafora dell’eterno patto tra attori e pubblico, il quale

“Per gli inquieti abbiamo scritto queste righe”. Così si congeda dai lettori uno scrittore d’arte diciottenne esordiente quando pubblica nel gennaio 1941 sulla rivista “Via Consolare” del Gruppo universitario fascista il suo primo articolo, che riguarda uno studio preparatorio di Giovanni Segantini per il quadro Alpe di maggio (1891). Su “Via Consolare” scrive regolarmente anche Paolo Grassi (il fondatore del Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler) che diventerà un interlocutore privilegiato del giovane, che si chiama Giovanni Testori. Il futuro grande uomo di teatro, romanziere, pittore, poeta, storico dell’arte, mercante, inizia la sua carriera con un articolo di storia dell’arte dedicato al pittore che dopo la morte era stato glorificato da Gabriele d’Annunzio e che in Alpe di maggio e in altre opere aveva esaltato la maternità (la madre e il figlio sono costantemente presenti nel lavoro di Testori, anche con estremizzazioni antiabortiste simili a quelle “sulle cattive madri” dello stesso Segantini, che però era stato un uomo dell’Ottocento semianalfabeta); chiude la carriera, insieme alla propria esistenza, con un articolo su Francis Bacon: Segantini e Bacon, due pittori che, con esiti figurativi completamente diversi, avevano inteso l’arte come una forma di religione. Anche Testori intese ben presto il suo lavoro con le parole, e la vita stessa, come una sorta di religione quotidiana. Lo dichiarò ricordando il più noto storico italiano della pittura del Novecento, Roberto Longhi, che Testori elesse come proprio maestro putativo. Testori declamò il ricordo il 29 novembre 1973 al Museo Poldi Pezzoli a Milano dopo l’uscita del Meridiano antologico degli scritti di Longhi, Da Cimabue a Morandi, curato da Gianfranco Contini per Mondadori. Là Testori coniò una delle dichiarazioni di intenti da allora spesso citate, e introiettate, da artisti e scrittori quando devono motivare l’aderenza al proprio mestiere come a una missione

(recensione della mostra “Paraventi: Folding Screens from the 17th to 21st Centuries”, a cura di Nicholas Cullinan, in corso alla Fondazione Prada a Milano fino al 22 febbraio)

Nel 1931 a Parigi Picasso si dedica a un’impresa commissionatagli dal mitico mercante, editore e collezionista Ambroise Vollard: l’edizione illustrata (con 12 acqueforti, 67 incisioni e 20 disegni) di Il capolavoro sconosciuto, il racconto di Balzac del quale quell’anno ricorre il centenario della prima pubblicazione. Il risultato è un vero e proprio “libro d’artista” nel quale Picasso si confronta con il racconto di Balzac sul tema del rapporto tra creatore e creazione, tra l’artista e la realtà, nella ricerca – traumatica – dell’opera perfetta. Sei anni dopo, nel 1937, Picasso si installa al numero 7 di rue des Grands-Augustins, nel palazzo di Savoie-Carignan, dove dipinge Guernica e dove si fermerà fino al 1955. L’indirizzo della casa-atelier di Picasso è quello davanti al quale comincia Il capolavoro sconosciuto: nel racconto, nel dicembre 1612 al 7 di rue des Grands-Augustins abita il pittore François Porbus il giovane (rivale di Rubens nel racconto) che viene visitato dal diciottenne Nicolas Poussin che incontra là il vero protagonista della storia, l’anziano pittore Frenhofer (figura d’invenzione come la compagna di Poussin, Gillette). Già unico allievo dello sregolato Mabuse, Frenhofer entra in scena come “una tela di Rembrandt che camminasse silenziosa e senza cornice”, nel cui volto c’è “qualcosa di diabolico, e soprattutto quel non so che fatto per attirare gli artisti”: l’enigmaticità oscura di Frenhofer prelude all’enigmaticità della sua opera, nella quale l’incomprensibilità impenetrabile equivale all’eccellenza artistica (un tema che poi sarà presentissimo a tantissima arte, alta ma anche e soprattutto di scarso livello, del Novecento e degli anni che viviamo). Balzac mette il lettore di fronte a uno scambio di ruoli tra l’artista e l’opera a cui Frenhofer si ostina a volere infondere la vita vera. Lo scambio di ruoli tra artista e oggetto sarà presente sessant’anni dopo a

Ripetizioni dalla storia dell’arte nella didattica della Performance Art del XXI secolo (recensione di Peak Mytikas [On the top of Mount Olympus] di Troubleyn/Jan Fabre, Milano, Teatro Out Off, 11 dicembre, e di Jan Fabre-Luk Van den Dries, Dall’azione alla recitazione. Linee guida di Jan Fabre per il performer del XXI secolo, presentazione all’edizione italiana di Anna Bandettini, introduzione di Richard Schechner, postfazione di Mikhail Baryshnikov, FrancoAngeli Drama 2023)

(a margine di G.A.D.D.A. e di I fantasmi della nostra storia: Milano-Firenze-Milano dal 10 novembre 2023 al 14 gennaio 2024) Dopo Carlo Emilio Gadda, se c’è un artista italiano che ha precocemente e ostinatamente fondato la propria ricerca di una fisionomia identitaria sulla tragedia per eccellenza del male, della colpa, della punizione, cioè l’Amleto di Shakespeare, è Fabrizio Gifuni. Gifuni, come Gadda, scandaglia in profondità Amleto fin dai suoi studi all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, dove viene ammesso a 23 anni. Là il grande maestro Orazio Costa per due anni fece studiare alla classe frequentata da Gifuni, Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Pierfrancesco Favino, Sandra Toffolatti esclusivamente Amleto, fino a quando (ha raccontato Gifuni): “ognuno di noi alla fine lo sapeva tutto a memoria, in ognuno dei ruoli”, maschili e femminili. Tale padronanza del testo shakespeariano e lo studio approfondito della Cognizione del dolore e della sfera culturale di Gadda hanno permesso a Gifuni una metabolizzazione critica che ha affidato, anni dopo, al pirotecnico L’ingegner Gadda va alla guerra, o della tragica storia di Amleto Pirobutirro (diretto da Giuseppe Bertolucci dal 2010) in cui ha interpolato con l’Amleto in una crasi originalissima i diari di guerra, La cognizione del dolore, le invettive contro Mussolini da Eros e Priapo. Tra il 2013 e il 2018 Gifuni ha portato in scena a Bari, Roma, Pescara, Napoli, Milano la sua drammaturgia Concerto per Amleto per orchestra sinfonica, ugualmente tratta da Shakespeare (la voce si affiancava alle musiche di Dmitrij Sostakovic da op. 32, musiche di scena per Amleto di Nikolai Akimov e op. 116 musiche per il film Amleto di Grigori Kozintsev, affidandosi alla consulenza musicale di Rino Marrone; i dati completi con fotografie di scena sono sul sito personale:

(recensione di Con la grazia di un dio. Regia: Alessandro Roia. Produzione: Bartlebyfilm, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, Italia 2023, al cinema dal 30 novembre)

(recensione della mostra e del catalogo Oro bianco. Tre secoli di porcellane Ginori, dal 25 ottobre 2023 al 19 febbraio 2024 a Milano, Museo Poldi Pezzoli, a cura di Rita Balleri, Federica Manoli, Oliva Rucellai)
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