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Ambiente

Energia, nervo scoperto dell’Italia. Occorre un piano energetico nazionale

Il nervo scoperto italiano mai curato dell’energia,  tema non sufficientemente considerato dai tempi di Mattei, è tornato alla ribalta non per la lungimiranza della politica, dell’intellighenzia, dei media, ma semplicemente perché i prezzi del gas e del petrolio sono arrivati alle stelle per svariate ragioni e sta suscitando pericolosamente inflazione e disagi agli italiani. È accaduto come può capitare ad una persona disordinata: incurante della propria salute, non adottando né prevenzione, sottovalutando i sintomi che pur avverte, né sottoponendosi a diagnosi e dunque a conseguenti terapie, si ritrova in un momento qualsiasi vittima di una crisi grave per la propria incolumità. Questa è nella sostanza la storia sull’energia dei decenni trascorsi: non sono stati fatte previsioni del nostro fabbisogno, né analisi fondate e puntuali delle fonti di approvvigionamento, né programmazione che su questo tema si predispongono per lunghi periodi.  È banale dire che i conflitti nascosti o palesi tra potenze dall’inizio del ‘900 ai giorni nostri sono avvenuti pressoché tutti per accaparrarsi le fonti energetiche come condizione strategica per la propria supremazia o sopravvivenza, ed invece nel nostro Paese la questione è stata trascurata per mancanza di coraggio, perché tema faticoso, poco redditizio nel mercato elettorale, oppure per sudditanza agli Stati potenti, o persino per ragioni peggiori, la negligenza ha superato ogni limite.  Insomma su questo argomento, si è vista la peggiore Italietta incurante essa stessa dei suoi più prossimi interessi civili ed industriali, datosi che la sicurezza degli approvvigionamenti, la minore esposizione all’inquinamento, e costi morigerati, sono i requisiti principali per chi ha un minimo di buon senso.  Si vuole sperare che giunti come siamo alle attuali condizioni di grave precarietà nelle forniture e di costi esorbitanti per le bollette di aziende e famiglie, si apra finalmente una fase di ripensamento e programmazione, sollecitati dal PNRR e dalle indicazioni

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Ambiente

Nucleare, in Italia non è la sismicità il problema. È la prevenzione che ci difende dai terremoti

Intervista al prof. Carlo Doglioni, ordinario di geologia, accademico dei Lincei e dal 2016 presidente dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), su nucleare e terremoti, sulla prevedibilità degli eventi sismici e vulcanici, sui progetti dell’Ingv in tema di cambiamenti climatici, innovazione tecnologica, e sulle cattedre (poche) di scienze geologiche in un Paese che ne avrebbe maggior bisogno. C’è necessità di motivare maggiormente i giovani allo studio della Terra e alla ricerca, ma occorrono più fondi. Professor Doglioni, cominciamo da un tema molto caldo e dibattuto in questi giorni: il ritorno al nucleare in Italia, su cui pesa il no sancito dal referendum del 1987. Chi continua a opporsi usa tra gli altri questo argomento: l’Italia è un Paese dove i terremoti sono frequenti, avere centrali nucleari sarebbe pericoloso. Lei cosa ne pensa? È evidente che l’Italia ha tra le sue priorità la necessità di affrontare il tema energetico e le fonti rinnovabili non sono al momento in grado di risolverlo. Molte nazioni stanno investendo o reinvestendo sul nucleare di ultima generazione, anche con microreattori. Gli italiani hanno però votato contro l’energia atomica e quindi, fino a diversa rivalutazione, dobbiamo rispettare la volontà popolare. Di certo, però, non è la sismicità il problema tecnico da superare per costruire reattori nucleari: gli ingegneri sismici sanno costruire centrali atomiche che possano resistere a terremoti ben più energetici di quelli che si potranno mai verificare in Italia: l’importante è che la comunità geologica dia a quella ingegneristica i massimi scuotimenti attesi. Giacché parliamo di eventi sismici, a che punto è il discorso sulla prevedibilità dei terremoti: in che misura sono prevedibili? Per il momento i terremoti sono prevedibili solo su base probabilistica; quindi, non siamo in grado di indicare dove, quando e quanto grande sarà il prossimo forte terremoto. Un giorno, non so

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Ambiente

G20 di Roma e Cop 26 di Glasgow, i problemi lasciati aperti

Con il G20 di Roma e poi con il COP26 di Glasgow, la lotta ai cambiamenti climatici si è trovata al centro dell’attenzione, anche spinta da considerazioni geopolitiche sul rinnovato ruolo dell’Italia nel contesto globale. Per comprendere la reale portata della posta in gioco è necessario accennare alle conseguenze socio-economiche del veloce e repentino innalzamento della temperatura del globo, nonchè richiamare le norme, e i vincoli, internazionali che dovrebbero limitare tali conseguenze nei prossimi anni. Ne parliamo con il prof. Francesco Bruno, ordinario di diritto ambientale presso l’Università Campus Bio-medico di Roma. Cosa è emerso dai principali consessi internazionali che si sono tenuti in questo periodo? La comunità scientifica, più o meno unanime, ritiene che il riscaldamento globale, avrà un impatto sulla produzione industriale, che dovrà essere ridotta e delocalizzata in molte aree che non saranno più adatte come territori e climi di riferimento. Gli organismi internazionali stimano una diminuzione del prodotto interno lordo annuale per i maggiori paesi industrializzati, tra i quali l’Italia, tra il 5 e il 10 per cento a partire dal 2030. I cambiamenti climatici avranno delle conseguenze a livello globale sulla produzione di cibo e la sicurezza alimentare, soprattutto nelle aree in cui già attualmente fame e malnutrizione sono frequenti. Quali saranno le regole da adottare per prevenire o contrastrare i cambiamenti climatici? Il sistema adottato dalla comunità internazionale è articolato ed intricato e contrappone i paesi del G7 e le nazioni che negli ultimi 20 anni hanno raggiunto dimensioni economiche paragonabili ad Usa e Ue che sono attualmente i maggiori inquinatori del pianeta. Tutto nasce dall’accordo- quadro del 1992 che, per valutare i passi in avanti fatti dai vari Stati, ha previsto che ogni anno siano organizzati  incontri internazionali formali sul cambiamento climatico. Con l’ultimo COP 26 non sono stati fatti sostanziali passi in

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