Cultura

Tutto in Pirandello fu pirandelliano. Persino l’amore. Il legame complesso e tormentato con Marta Abba

L’amore fu fonte delle sofferenze feroci generate dalla convivenza con la follia, nel legame con Antonietta Portulano; fu sublimazione della bellezza e intrusione della letteratura nella vita, nella relazione con Marta Abba, anch’essa attraversata più dal dolore che da flebili squarci di gioia, comunque illusori. Nel 1925 Luigi Pirandello dirige il Teatro d’Arte di Roma che ha sede presso il palazzo Odescalchi, ha 58 anni, un matrimonio alle spalle chiuso da anni (dal 1919) con il ricovero in una casa di cura della fragile Antonietta Portulano, e, letterato agli allori (vana consolazione), declina verso la vecchiaia nella più spoglia solitudine. Nell’inverno di quell’anno il critico teatrale Marco Praga gli suggerisce di scritturare per la sua Compagnia una giovane e assai promettente attrice, Marta Abba. Praga l’aveva vista calcare le scene al teatro Manzoni di Milano per la Compagnia del capocomico Virgilio Talli. In particolare, era rimasto entusiasta del come era riuscita a calarsi nei panni di Nina nel capolavoro di Cechov Il gabbiano, tanto da scrivere: «C’è una tempra di attrice in questa giovane e, aggiungo, di primattrice. La sua bella figura scenica, la sua maschera, la sua voce ch’è di timbro dolcissimo e insieme delle più calde, l’intelligenza di cui ha dato prova in questa parte del dramma cecoviano, la sua sicurezza e la sua disinvoltura, la dimostrano nata per la scena, e subitamente matura per affrontare il gran ruolo». Pirandello, contagiato dal fervore di Praga, decide di accoglierla nella sua Compagnia, malgrado le esorbitanti richieste economiche. Il suo assistente Guido Salvini la va a trovare a Milano per farle stipulare il contratto con il Teatro d’Arte romano. Marta Abba viene scritturata come prima attrice con una paga giornaliera superiore a quella del primo attore della Compagnia, Lamberto Picasso. L’attende una novità teatrale di Massimo Bontempelli, Nostra dea, che

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Cultura

Sciascia giornalista

Cominciò la sua attività di giornalista culturale non su un giornale siciliano ma sulla Gazzetta di Parma. Poi l’approdo sul Corriere della Sera. Ma L’Ora di Palermo restò sempre il suo giornale. Tra i temi della sua attività pubblicistica: Il garantismo coerente, certe posizioni controcorrente da illuminista eretico (è famosa l’invettiva contro l’uso strumentale dell’antimafia) gli attirarono critiche anche feroci. L’omaggio di Montanelli: “L’ultimo a cui si convenga il titolo di grande; l’intellettuale più disorganico che io abbia mai conosciuto”

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Cultura

Personaggi. Tomasi di Lampedusa e Alice Wolff, fu vero amore

A dispetto delle maldicenze e dell’assoluta indipendenza delle loro abitudini di vita, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra Alice Wolff – più nota come Licy, diminutivo del secondo nome – vi fu vero amore. Il loro primo incontro ha un testimone d’eccezione: Shakespeare. Il principe si trova a Londra dove lo zio Pietro marchese della Torretta regge l’ambasciata italiana e dove in quel periodo Licy soggiorna. I due si conoscono all’ambasciata, amano la letteratura e Shakespeare di cui subito recitano insieme dei brani. Siamo nel giugno del 1925 e sebbene Giuseppe e Licy girino per Londra per mete letterarie – la casa di Dickens, Whitechapel, il quartiere che impressiona Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore – la scintilla non scocca e pare che allora il cuore dell’autore del Gattopardo palpiti per un’altra. Dovranno attendersi 5 anni perché i due si rivedano, questa volta a Roma, dove Licy è solita recarsi nel suo girovagare in Europa per seguire i vari convegni di psicanalisi, la scienza di Freud di cui è una seguace. Evidentemente la città eterna ha un fascino più romantico della bella ma grigia Londra e tra loro, accanto alla passione letteraria, inizia a prendere corpo qualcos’altro che vibra più intenso e non percorre solo le sfere cerebrali e dello spirito. Dopo poco Giuseppe si reca con Licy a Stomersee, un villaggio ai confini tra Estonia, Lituania e Unione Sovietica, dove sorge l’antico castello dei Wolff. L’anno successivo si rivedono ancora; tra Giuseppe e Licy, le affinità culturali fanno da preludio ad altro: Cupido è in agguato. Il sentimento matura tra la fine del 1931 e l’inizio del 1932. Il 21 gennaio del 1932 Giuseppe scrive all’amico Bruno Revel, forse il solo a conoscenza del suo invaghimento, chiedendogli complicità per facilitare altri suoi incontri romani con la colta

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Cultura

“U iornu di li morti”, la tradizione siciliana e Halloween. Un micro saggio di antropologia culturale

Come è lontana la nostra tradizione (dei Defunti) dalla festa di Halloween. O meglio di come questa festa si è trasformata nei secoli rinnegando le sue origini, risalenti alle civiltà celtiche tribali. Il gusto per il macabro e per l’orrore, che la contraddistinguono, cela il terrore verso la morte e i morti, assente nel retroterra culturale del nostro Paese, nelle sue radici ancorate alla civiltà contadina. Soprattutto in Sicilia il Giorno dei Morti richiama riti suggestivi e, se non devozione, riverenza e rispetto verso i defunti. “U iornu di li morti”, che ancora in qualche modo si celebra in Sicilia il due novembre, svela – al contrario della festa di Halloween – una visione serena della morte e affettuosa familiarità coi defunti. Nel film “Baaria” di Tornatore vi è una scena in cui gli anziani si recano al capezzale di un moribondo per raccomandargli di portare i saluti ai loro cari, appena arrivato all’aldilà. Non si tratta di una trovata del regista, ma della rappresentazione di un’usanza un tempo tipica in Sicilia. Se ne racconta anche in una novella di Sciascia raccolta ne “Il mare colore del vino”. Ciò testimonia il rapporto dei siciliani con la morte e con i morti: di accettazione e deferenza. Ed è questo lo spirito con cui si manifesta il culto dei morti il due novembre. Nella notte del primo novembre i morti lasciano le tombe e si incamminano per le strade delle città per rubare giocattoli, dolci, vestiti nuovi da portare ai bambini. Ogni paese, poi, descrive l’evento riferendolo ai propri luoghi o arricchendolo di particolari. A Cianciana, ad esempio, il punto di partenza dei defunti è il Convento di S. Antonio dei Riformati. Da lì i morti escono per attraversare la piazza e giungere al Calvario, dove, recitata la preghiera al Crocifisso, discendono

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Cultura

Viaggio in Sicilia di un poeta musulmano dell’XI secolo

Nel Diario una testimonianza significativa sulla presenza musulmana nell’Isola, multilingue e multietnica. Una Sicilia che seduce non solo per le sue bellezze naturali e architettoniche ma anche per accoglienza, costumi e modus vivendi tolleranti. A Erice trova “le donne più belle della Sicilia” e si augura che Dio le faccia prigioniere dei musulmani! Come nota la curatrice Giovanna Galasso, nel libro c’è il filo rosso del timore di essere sedotto dalla numerose somiglianze con l’Islam che inaspettatamente l’Isola, il suo re, i suoi abitanti mettono sotto gli occhi del viaggiatore

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