Cultura

Bellezza etica, prim’ancora che estetica. Guardate questa foto

  Nell’immagine qui proposta, considerata una delle foto più belle e significative degli ultimi decenni, il fotografo professionista ha fermato, rendendolo eterno, un attimo di vita inaspettato. Proviamo a comprenderne insieme il contesto, il contrasto (apparente), le modalità di comunicazione, l’atmosfera e il messaggio. La foto è stata scattata in un aeroporto, crocevia di lingue, patrie, esperienze, colori, suoni. Il contesto ci farebbe pensare, dunque, ad una umanità in movimento, fluida, instabile. E invece no. Questo scatto, questo frammento, ci propone la stasi e la calma necessarie alla riflessione. In questa immagine, da questa immagine non si fugge, ci si concentra. Il mondo è fuori. Qui c’è l’incanto della scoperta dell’altro. È un incontro di sguardi, di percezioni, di sensorialità, di innocenza e di pace. È come se avvertissimo l’odore dell’infanzia, della genuinità, dell’assenza di compromessi adulti, di condizionamenti della ragione e della cultura. È una lettura afasica. Prevale il gesto, morbido, lungo, tenace, di una mano nera, vestita di nero che si incammina su una strada mai vista. Lo scatto è professionale e ci libera dai pressappochismi degli autoscatti e dei selfie ingenerosi nei confronti di chi è costretto ad incontrarli. È una foto pulita, netta, dai contorni perfettamente stagliati. Si legge compiacimento da parte di chi ha avuto la fortuna di immortalare queste due bambine e, per una volta, non si nota auto-compiacimento dell’autore-attore dello scatto. Al di là dei corpi, qui si leggono: spontaneità, curiosità, avvicinamento, scoperta, imbarazzo, un certo timore. Due mondi si contrappongono (apparentemente) sul piano estetico: il bianco e il nero, il nudo e il vestito, la libertà, o presunta tale, della nudità, e la oppressione, o presunta tale, del mini-chador. Sono due bambine che saranno donne, che saranno culla, ventre, amorevolezza, accoglienza, che perpetueranno la vita, il mondo. Qui la contrapposizione, che l’occhio

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Cultura

Pace e guerra, l’attualità-inattualità del pensiero di Kant

Celebriamo il 4 Novembre ogni anno nel ricordo del primo giorno di pace del 1918 dopo la grande guerra. Una guerra che ha modificato non solo gli assetti geopolitici, gli umori, le prospettive e le memorie, ma anche e soprattutto la modalità del fare la guerra, tra trincee e nuove armi a disposizione, più potenti e disastrose. A distanza di 104 anni dal primo giorno di pace, siamo, però, costretti a parlare di guerra, di una guerra iniziata il 24 febbraio del 2022 di cui non siamo in grado di prevedere eventi e conclusioni e che ci interroga sulla incapacità della Storia di fare memoria. È, infatti, ormai acclarato che la Storia non sia, o forse non sia mai stata, Magistra vitae. Ed è in questo particolare momento storico che parlare di Pace sembra essere utopistico, anzi oserei dire ossimorico. Il parlare e manifestare per la Pace, forse un po’ in ritardo rispetto alla evoluzione del conflitto, ha riunito il 5 novembre in due grandi manifestazioni distinte, a Roma e a Milano (piazze in cui si continuano a operare degli assurdi distinguo), uomini e donne di buona volontà; in questi due contesti ha marciato quella bella umanità che continua a cercare un varco, a proporre l’unica via d’uscita, la sola scelta responsabile per evitare la catastrofe. Dall’altra parte della Storia la cattiva umanità continua a difendere l’adagio si vis pacem, para bellum dimenticando che finora lo stesso non ha offerto soluzioni pacificate e pacificanti. Ricordiamo che la nostra Costituzione, più volte definita la più bella del mondo, ci fa da guida illuminante attraverso 2 articoli: l’ art. 11 e l’ art. 52. L’ art. 11 ci impegna a ripudiare la guerra in quanto “offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie”e ci richiama ad un vincolo

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Cultura

Pluriverso, un concorso letterario tutto al femminile. Successo già alla prima edizione

Si è conclusa con successo a Lecce, nel Chiostro cinquecentesco del Convitto Palmieri, la prima edizione del Concorso letterario di saggistica, poesia e narrativa breve Pluriverso femminile, Concorso ideato dalla sottoscritta e indetto e curato nei minimi dettagli dall’Editore Emanuele Augieri, della Casa Editrice Milella di Lecce, una realtà editoriale che compie 70 anni, di ricchissima esperienza, legata all’ Università degli Studi di Lecce e che con la recente guida si è ulteriormente arricchita di presenze, titoli e collane dedicate ad ambiti scientifici specifici. Il Concorso, che ha avuto un respiro nazionale, vista la partecipazione di autrici provenienti da più regioni della nostra bella Italia, è stato pensato e declinato interamente al femminile, in continuità anche nella denominazione con la Collana di Saggistica che ho il privilegio di dirigere, e che si apre con il mio ultimo saggio “La autenticità del vivere e del poetare in Sylvia Plath e in Amelia Rosselli (Breve sguardo sul post-modernismo nella poesia femminile degli anni ’60)”. Pluriverso femminile vuole esplicitare la molteplicità dello sguardo femminile sul mondo, uno sguardo  che si nutre di un pensiero ospitante e dell’esperienza di relazione di sé con l’altro da sé, tratto distintivo dell’essere donna. La scelta al femminile ha la motivazione di creare “un luogo” per approfondire i vissuti culturali, le innovazioni e le scelte esistenziali di donne che dialogano intimamente con se stesse e con altre donne che abbiano dedicato la propria esistenza ai mondi della scrittura, dell’arte e della scienza pur nella penombra e nella voluta e attuata dimenticanza del loro agire e pensare da parte dell’universo maschile. Nella società occidentale si è preferito, infatti, fin dalle origini, coltivare la purezza dell’ideale, il Logos come espressione del potere culturale maschile, contrapposto a quello femminile che sarebbe espressione del Caos. Ne è derivata la convinzione per cui

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Politica

Tra etica e legalità. Antigone e Socrate

La riflessione circa il rapporto tra Etica e Legalità crediamo ponga interrogativi sempre più importanti soprattutto quando si ragioni sulla questione dell’obbedienza  o meno ad una legge riconosciuta  come ingiusta. Per semplificare si prendano ad esempio due grandi figure della cultura classica: Antigone, la protagonista della tragedia di Sofocle, e uno tra i più grandi pensatori ed educatori della storia, Socrate. “Io lo seppellirò e avrò compiuto un delitto santo. Io esisto per amare, non per odiare”. Con queste parole Antigone decide di non obbedire alla legge del re e della città, ma di assecondare i principi della propria legge morale. Decide, dunque, di dare sepoltura al fratello trasgredendo le leggi del sovrano. Si scontrano, in questa soluzione, due forme di diritto: il Diritto naturale, o innato, che obbedisce alle regole non scritte, e il Diritto positivo. Se la legge è ingiusta, obbedire alla legge non è di per sé un valore. L’ importante sembrerebbe non tanto obbedire alla legge, quanto discriminare se la legge sia giusta e osservare solo quelle che sono giuste. Per Antigone, dunque, la scelta è quella morale, quella dell’amore per il fratello, al di là delle questioni politiche della città. La forza della propria consapevolezza si unisce alla capacità di leggersi non più solo come cittadina, ma come persona, “come misura di tutte le cose”, sia del giusto sia dell’ingiusto. In questa scelta è evidente il primato dell’etica sulla legalità. Il diritto naturale viene visto come fondamento del diritto positivo. Il paradosso della morte di Socrate, al contrario, ci pone di fronte ad un rispetto della legge anche quando sia ingiusta perché chi la accetta, Socrate, ne riconosce l’autorevolezza. È, dunque, il rispetto della legalità, anche quando ciò significhi andare incontro alla morte. Il filosofo e pedagogo, che viveva nella prima democrazia  della storia, ha obbedito

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Cultura

Nessuno tocchi Caino. Ma chi difende Abele?

L’ interrogativo serpeggia a mezza voce tra tanta, troppa gente che assiste, impietrita, ad efferatezze sempre più frequenti e sempre più inconcepibili; s’insinua tra uomini e donne che vivono con l’impotenza d’agire, con gli interrogativi irrisolti sul declino, sulla morte, dei minimi precetti morali di una società estranea al cielo e alla terra. Sì, noi siamo la Patria del Diritto, di San Francesco, di Cesare Beccaria, ma anche della mafia, della ‘ndrangheta, della camorra;  siamo la patria del rispetto dei diritti umani, ma anche dell’offesa violenta e storicamente ancora irrisolta degli stessi diritti. E quando, a costo della vita di magistrati, procuratori, uomini delle forze dell’ordine, si raggiungano risultati importanti sulla carcerazione a vita di boss e delinquenti seriali, si dovrebbe almeno distinguere tra Caino e Caino e magari continuare a mantenere attivo, come è stato finora in Italia, quel procedimento dell’ergastolo ostativo, al centro delle critiche da parte della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo). L’ergastolo ostativo impedisce, infatti, l’accesso ai benefici penitenziari in assenza di collaborazione (comma 1) ovvero nel caso di collaborazione impossibile o oggettivamente irrilevante (comma 1 bis). È del 15 aprile 2021 la pronuncia della Corte Costituzionale circa l’illegittimità del “rifiuto della liberazione condizionale agli ergastolani condannati per mafia che non collaborano con la Giustizia”. È necessario, dunque,  che il Parlamento riempia un vuoto legislativo in materia. Ora, il rispetto dei diritti umani è civiltà, umanità, giustizia reale, non nominale, ma… Si affaccia un Ma, una istintiva e insieme più che motivata avversione nei confronti della reale possibilità che si possano concedere benefici penitenziari, quali permessi o sconti di pena a chi si è macchiato di omicidi per mafia, o terrorismo. La motivazione: si vìola l’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani anche nei confronti di chi mai ha collaborato o ha mostrato pentimento. Il

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