
Canto del gallo/ 10. Storia della notte…
Un saggio flash di filosofia della storia, seguendo il filo dei Lumi, dell’oscurantismo, della luce e della notte della ragione, nell’intreccio delle vicende umane attraverso i millenni

Un saggio flash di filosofia della storia, seguendo il filo dei Lumi, dell’oscurantismo, della luce e della notte della ragione, nell’intreccio delle vicende umane attraverso i millenni

Qualcuno mi ha chiesto (più di uno, molti…) ma che arte è quella Nish, di Manzoni, di Burri, di Beuys, di Cattelan, di Merz, di Prini; e l’elenco non può che essere aperto perché, ognuno aggiunge al proprio turbamento. Che senso ha, oggi, il neo dadaismo, fluxus e tutto quello che possiamo definire, il versante poveristico, speculare a quello tecnologico; che, abbiamo visto, quanto spaventi inquieti. Insomma quanto era bella l’arte di una volta e quanto è brutta questa, tra schizzi di sangue, merda d’artista ed elettronicità e cervelli artificiali; come sempre, la verità, sta nel mezzo, nell’intelligenza, nella volontà di comprendere, superando le ostilità pregiudiziali, senza però, alla fine vietarsi la legittima alternativa, mi piace, non mi piace. Intanto diciamo che, nel pluralismo dei linguaggi artistici, oggi si può trovare di tutto, anche un proprio posto in cui stare, o con il neo antropologico o con il post-antropologico, perché il resto è tradizionalismo, laudator temporis acti, che non si schiera e che continua le belle arti, nel tempo dall’iperrealismo virtuale, che fa chiamare le arti di oggi arti visive. Le arti visive comprendono le belle arti, ma sono di più e diverso: intanto non si fondano sul canone, ma sulla la gestualità, sull’invenzione, sull’originalità, per cui tutto è differenza, anche se non è così facile essere differenti, perché è una cosa tracciare un segno nuovo, un inedito e un’altra cosa è lavorare ai margini, ingrandire, rimpicciolire, modificare. Quindi quella che permane è la storia del genio, del titolare del guizzo, del balzo, del rendere vita all’inesistente, il genio o c’è o non c’è; e allora i nomi messi in cima alla lista lo sono, a patto che vengano inseriti nella intermittenza del caos, dell’atmosfera del delirio, nella follia, che è con noi. Senza di questa incidentalità, non saremmo altro

I linguaggi inventivi, cioè tutti, quelli ordinari e quelli artistici, vivono nel disordine fecondo di continue manipolazioni, integrazioni, trasformazioni; possiamo anche dire di progressioni, di incrementi, di aggiunzioni e manipolazioni, non sempre sulla strada giusta, a volte scontando arditezze ed errori, che poi vengono compresi molto tempo dopo, a partire da quello del nostro genio Antonio Sant’Elia, che inventò gli ascensori visibili, non più chiusi, in gabbie sarcofago, ma pensò anche di abolire le scale (sempre utili in guasti e emergenze). C’è da dire, per quelli che additano al buon senso e alla buona creanza, che tutte e due non hanno mai scoperto mondi e fatto un Beaubourg a Parigi, un Guggenheim a Bilbao e nemmeno City Life a Milano, quando non hanno fatto Corviale a Roma o Vele a Scampia. Abbiamo bisogno di archistar, di nuovi Brunelleschi, di nuovi Bernini, Borromini che si chiamino Piano o Fuskas, Calatrava o Libeskind, altrimenti sprofonderemo nell’edilizia orfana d’ingegno e di qualità, mentre noi, sia quando restauriamo i centri storici, che quando instauriamo il nuovo, abbiamo bisogno di apripista, che abbiano coraggio e fantasia, in modo che poi possano procedere… schiere di diligenti e grammatici. I centri storici; per tornare a vivere, le periferie per rammendarsi ai centri, i nuovi costruttori di Babele, per segnare il nostro passaggio sulla terra, non solo come utenti, ma come artefici, hanno bisogno di svirgolati che poi diventano Aldo Rossi e Giovanni Michelucci, così come di sognatori che fanno nascere Solomeo, che immaginano Gibellina. Non tutto è accaduto, per fortuna, ma molto si, come molto sta accadendo e deve accadere, perché la storia, i beni architettonici, non sono un debito e un peso, ma una ricchezza che va compensata con ricchezza, non con avvilenti amministrazioni, ma all’insegna della tradizione del nuovo. Perché la tradizione, quando è nata

“Noi agli altri”. Così recitava il titolo di un libro sussidiario (così allora si chiamava…) che accompagnava il libro di lettura, delle mie scuole elementari, quello in cui il maestro, la maestra erano alti, notevoli, implacabili… ma anche amorevoli punti. Il sussidiario era un libro del nuovo orizzonte, del diverso modo di rispondere alle domande sul tempo e lo spazio, l’aritmetica, la geometria; un passaggio dal pregiudizio alla conoscenza sul lampo e sul tuono, sulla vita (nata sotto il mito cavolo), sulla morte, (svanimento su nulla). Il titolo rimane emblematico di un modo di essere, di comunione tecnologico, che si è dilatato a dismisura, passando dal raro, quotidiano, al frequente settimanale di “non tutto, e di tutto”, e poi radio sempre più e televisione, poche ore e un solo canale. Da allora, sono passati, decenni, un bel numero, per arrivare all’oggi, in cui ogni abitazione diventa “oggetto” di modernariato ed subito subito seguita, da un’altra … da un’altra … E’ finito il silenzio, con i rari suoni e i rumori, è finito il buio, finito il tempo della casa, traslocato nel tempo veloce dell’appartamento. Tutto diventa open, a dispetto di decantata privacy, diventata sospetta inquietante e regna con progressioni geometriche (o fibonacciane), il mischiarsi dell’uno nel tutto. E giù a parlare di alienazione, di massificazione, di perdita del sè. E parlandone tanto, tutto entra nel quotidiano, nel senso comune. Una per tutte la possibilità che non solo l’intelligenza artificiale ci imiti e ci aiuti, ma addirittura diventi, non solo reattiva (come il Niuro) ma diventi autocosciente, con una propria personalità, con gioia e paura. Che dire… la fantascienza,, sempre meno fanta e sempre più scienza e la comunanza tra noi e le macchine sarà sempre più la paura della morte, ancora irrimediabile, a meno che non pensiamo che si

Mi ha scritto, una puntuale lettrice, del mio corsivo sul possibile… del 2030, di una contaminazione strutturale del nostro bene più prezioso, cioè del nostro, pensiero, dei nostri ricordi, di tutto quello che ci fa dire cartesianamente, sum, perché cogito. “Non sapevo che fossero così inarrestabilmente avanti. Il suo nome è Omen, anche in questo caso …?! I puntini, l’interrogativo/esclamativo, sono di mia aggiunta, nel precedere una mia risposta: si! È sempre uomo, quello che è continuamente evoluzione/involuzione, quello che ha trasformato esofago ed intestino retto, per mangiare carne abbrustolita o cotta, quello che ha scoperto, infiniti mondi, quello che ha reso possibile le scritture vediche, la bibbia l’odissea, fino alle prove di un “altro mondo”, a cui ci stiamo orientando, in una strada petrosa, di cui non si scorge fine, perché forse non c’è e non ci può essere. La creazione è avvenuta (ma non come nei nostri racconti) l’apocalisse avverrà, (ma non come noi l’abbiamo paventata) a noi, non resta che lavorare sul creato, come alchimisti, come fantascienziati, come esploratori, nel metodo e contro il metodo, accompagnandoci ad una vasta letteratura del sapere di non sapere, per andare avanti, anche dove non c’è luce, perché siamo noi a doverla portare, con l’intelletto, il consiglio, la fortezza e la temperanza. Ho consigliato alla mia puntuale lettrice, già ricca di tanta biblioteca, i due angli di nome Bacone, Ruggero e Francesco, l’Opus majus, il Novum organum, per non essere vittima dell’impotenza (di accidia, avarizia, … ) o della hybris (di ribelle tracotanza). E poi quod libet, a volontà, ricordando Pierre Teilhard de Chardin, quando scrive:” credo che l’universo sia in evoluzione: Credo che l’evoluzione vada verso lo spirito. Credo che lo spirito si compia in qualcosa di personale. Credo che il personale supremo sia l’universale“. Per Teilhard è Cristo l’universale, ma ognuno ci metta

Non siamo ancora nel 2030, mancano otto anni, eppure ci sono annunci che fanno pensare che sarà un anno di svolta superiore, dopo tutte quelle che avvengono a ripetizione sotto i nostri occhi, tanto che ogni cronologia tradizionale, si trova ad essere solo elemento di orologio e di calendario, mentre a livello concettuale, a livello di senso comune, vige il travolgimento, la mutazione. Il bollettino tecnologico e quotidiano, molecolare, ineludibile e a volte scardinate e dopo tanto “andare”(continuo discontinuo) ma andare, ha un colpo scattante di quelli che segnano un prima e un dopo. E anche se oramai siamo abituati a sentir dire… che nulla sarà più come prima, tanto che non ci facciamo più caso, bisogna dire, 2030 è veramente cataclismatico, nel campo della intelligenza, prima prerogativa solo umana, ora anche dell’artificio. Tanto che si parla di cip (Continuous improvement programme) biologici, una cosa sconvolgente, che potrebbe riportare, ipoteticamente, ma non solo ipoteticamente in vita il cervello di Einstein, Fermi, Galileo; cip biologici con basi di silicio, e pezzi del nostro cervello umano, frammenti microscopici (quanto basta) che possano riprodursi, adattarsi, modificarsi è mettersi in corsa per arrivare alla cifra di dieci milioni di miliardi di connessioni neuronali. Da questi cip contaminanti, potrà uscire Niuro che farà sbizzarrire biologi, tecnologi, designer, per forme nuove dagli esiti ancora in progress del Cortical labs, di Melbourne che sta lavorando alle analogie tra cervelli umani e cervelli artificiali, entrambi consumatori di energie, che per quelli umani è pari a venti watt per unità di prodotto, mentre per Niuro sarebbe pari a trentaquattro centrali a carbone. Ma ipoteticamente risolto il problema dell’energia (a questo dovrebbero servire gli otto anni) ci sarà la sfida fra lui (Niuro) e il metaverso in cui si possono immaginare le chimere e gli unicorni, come l’aiuto all’esplorazione

Siamo nel tripudio del contemporaneo e in esso si riflettono, dopo lungo rispecchiamento tutte le vicende della nostra attualità, che va da creatività a creatività, che sarebbe più filologico definire con termine inventività, dato che l’essere creatore è riservato solo a Dio, che può trarre tutto ex nihilo, mentre noi umani abbiamo bisogno di tecnica e metodo e nessuno sa quale tecnica e quale metodo abbia seguito l’unico creatore dell’universo, in un delirio che non solo è psicologico, o psichiatrico, economico, o profittatore, ma anche tipico di sistematicità complessa, che tiene in sé filoni da far tremare le colonne ed Ercole, che non ci sono più, cioè: irregolarità, imprevedibilità, eterogeneità, che sono in mezzo a noi che sono e sempre più lo saranno. Quindi l’essere in qualche modo contemporanei, non è una diacronia, ma una acronìa e per dirla con Goethe, un’affinità elettiva, una interscambiabilità emotiva, pulsionale e quindi, possiamo essere contemporanei di tutto, come ci ha insegnato Benedetto Croce, dicendo che la storia è tutta contemporanea, vedi Polemica sulla storia, Teoria e Storia della Storiografa; quindi non siamo nella contemporaneità, di cui non conosciamo i limiti temporali, nemmeno quando sarebbe cominciata e soprattutto quelli concettuali, per cui si possa dire che si è passati da un’epoca all’altra, mentre siamo immersi nella modernità che da Diderot, D’Alembert, Helvétius, Voltaire, Rousseau, d’Holbach, Montesquieu, è stata definita negli ambiti tematici di sperimentazione, originalità, progresso, che non sono mai stati contraddetti, al massimo osteggiati da Vandeani di tutti i tempi che, facendo oltraggio al Medio Evo, di Tommaso D’Aquino, Abelardo, Anselmo, lo eleggono a loro Totem. Quindi moderni. E basta. Anche se il caos, della nostra decadenza linguistica, preferisce contemporanei… Francesco Gallo Mazzeo – Docente Emerito ABA Roma, Docente di Linguistica applicata ai linguaggi Creativi dell’Arte e del Design dell’Architettura in Pantheon Institute Design & Technology. Roma

Mi è capitato tra le mani un volumone, “Storia dell’idea di tempo” di Henri Bergson (che però si legge tutto di un fiato), accanto al ben più famoso, “L’evoluzione creativa”, portandomi a riflettere su aspetti del linguaggio colloquiale o formale che riguardano, su entrambi i fronti, quello dell’evoluzione e della creazione, di cui critici, storici dell’arte, fanno un uso abbondante, assieme a molti storici della cultura, la cui confusione mi desta un certo allarme. Si parla dell’evoluzione delle arti, delle scienze, dei saperi, con una leggerezza, veramente incredibile, come se ciò che è frutto dell’intelligenza (di volere o non volere) potesse essere denominato con un termine che è biologico e meccanico. implacabile (e non intelligente). Si parla, altresì, di creazione, di creatività, di uffici creativi e di manager creativi, con una leggerezza incredibile, là dove si dovrebbe parlare di inventiva, perché la creatività umana, si chiama invenzione. In quanto creare vuol dire di un fare ex/nihilo, mentre l’uomo (cioè mai) ha bisogno per avanzare dal noto all’ignoto, di un metodo, di un linguaggio, di una tecnica, senza cui il (suo) pensiero rimane come fantasma della mente e lo può portare ad allucinazioni, per eccesso, a depressione per difetto. Bergson (ma anche Darwin) a forza di girarsi e rigirarsi nella tomba, hanno fatto più volte il giro del mondo; ma come si sa, noi che ne abbiamo abusato, nel definirci rivoluzionari. La stessa rivoluzione è un controsenso, in quanto anulare e non vettoriale, per cui possiamo affermare che viviamo accanto a troppo linguaggio errato e contraddittorio, che a forza di connivenza convince di essere esatto, mentre è totalmente errato. L’invito a leggere l’alta pubblicistica linguistica, sociologica, psicologica è anche quello di ripristinare la connotazione e la denotazione della parola, della frase, del discorso, senza cui non c’è altro che confusione incomprensione e

Padiglione Italia che riproduce su scala 1/1, un ordinario padiglione tessile di una delle tante aziende che prima c’erano ed oggi non ci sono più. Un’installazione totale che risponde al quesito della sostenibilità, posto dall’inquinamento, dalla pandemia, dalla guerra e tutti gli artisti sono stati precettati a tenerne conto, come tema da svolgere e che tanti hanno svolto con diligenza, come nel caso di Tosatti, Gian Maria Tosatti, per completezza. Con altro, con altri… proprio no, in solitario, con un ripetitivo e monotono seguirsi di postazioni di lavoro, senza persone, nel silenzio che segna il fine orario…la cassa integrazione collettiva, il licenziamento di massa. Poteva esserci altro nel nostro padiglione, ma non c’è, in una totalità depressiva che non ammette altro. Ora io mi pongo la domanda: ti piace…!? Rispondo, che il piacere e il dispiacere, possono essere (e sono) soggettivi, quindi non sono transitivi. Ha fatto bene il curatore a fare una esposizione totalizzante, totalitaria. E fin qui nessuna questione. Dove non mi trovo affatto è sul tema che è stato scelto, un tema troppo grande e poco coinvolgente della creatività artistica, dopo un già visto glorioso (e lo dico con reverenza) di grandi artisti come Beuys, Christo, i Kabakov, Gilardi, Nitsch, Hirst; c’è dell’altro… certo che c’è, ma non è la retroguardia del già visto, del ripetuto. Mi trovo da un’altra parte e non concordo con l’epigrafe di questa biennale e neanche con la risposta di Tosatti che mi sembra saccente, quando dice che dobbiamo cedere il passo del nostro primato e dobbiamo rivoluzionarci, stando attenti a dove mettiamo i piedi, per evitare di schiacciare anche uno scarafaggio. È un linguaggio indicativo, oppure metaforico, non è chiaro e forse non vuole esserlo. Però in questa occasione, il padiglione italiano, che non ha mai brillato, ora proprio lascia molto
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