

Il federalismo europeo è un sogno che non è mai tramontato. La presidente dei Giovani Federalisti Europei Sara Bertolli ha parlato dell’attualità di questo progetto e di quali difficoltà dovrà affrontare l’Ue per dare vita agli Stati Uniti d’Europa. Oggi il federalismo sembra davvero lontano come è possibile raggiungerlo? L’attuale Unione Europea sembra, a prima vista, molto lontana da un assetto federale, ma se poi andiamo a guardare bene molte competenze sovrane sono già state delegate all’Unione, una tra tutte la moneta unica. È anche vero però che un’unione monetaria senza un’unione fiscale è molto debole. Così come, se ci pensiamo, esiste una corte di giustizia a livello europeo (CGUE) che ha il potere di sanzionare gli Stati membri, e che quindi si pone al di sopra degli Stati. Oppure, ancora, esiste un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza, nonostante il voto su questa materia sia ancora ad unanimità all’interno del Consiglio e quindi tutte le decisioni in ambito PESC e PSDC sono sottoposte a decisioni puramente intergovernative. Ancora, come ultimo esempio, pensiamo alle elezioni europee: esiste già una competizione tra i partiti per ottenere il potere a livello europeo. Questo per dire che, in potenza, esistono già elementi federali, tuttavia è necessario che si superi l’approccio intergovernativo, modificando i trattati, per arrivare a una struttura compiuta propria di uno Stato federale. Quali sono gli esempi che possono ispirare un progetto simile a quello degli Stati Uniti d’Europa? Penso che ogni federazione abbia un percorso diverso perché ha una storia differente.Gli Stati Uniti d’America non possono rappresentare un esempio per ovvie ragioni, ossia la guerra civile, la Germania nemmeno perché i Land non hanno mai avuto la struttura di Stati nazionali, come quelli europei, e nemmeno la Svizzera per la stessa ragione tedesca. Quindi, sicuramente esistono delle

“Navalny ? Il suo destino era in qualche modo segnato. Del resto questo è il modus operandi tipico dei cekisti come Putin”.

Il processo di integrazione è uno strumento sensibile e se adoperato male può portare a contraccolpi negativi. La divisione e la lontananza con Ankara derivano anche dall’atteggiamento sbagliato dell’Ue nei suoi confronti. All’Ucraina è stato detto sì ma non è ancora pronta

Il conflitto in corso in Medio Oriente si riscalda giorno dopo giorno e la paura di un allargamento della guerra anche alle regioni limitrofe spaventa in molti. Abbiamo parlato di cosa sta accadendo in questo momento con Claudia De Martino, analista esperta di Medio Oriente. L’operazione militare del 7 ottobre, sebbene rivendicata come una vittoria, potrebbe costituire un autogoal per la causa palestinese? Ad oggi i governi occidentali hanno espresso tutti supporto ad Israele… No, non credo possa rappresentare un “autogoal” per la causa palestinese, al contrario, credo che l’abbia rilanciata all’attenzione internazionale come non accadeva da almeno 30 anni, ovvero dagli Accordi di Oslo. Il merito di Hamas non sarà infatti militare – non ha alcuna possibilità di rivaleggiare con Israele su quel terreno -, ma politico, perché la “questione palestinese” che sembrava ormai destinata a trascinarsi ancorata ad un presunto “status quo” nell’indifferenza generale di Israele, degli Stati arabi e della comunità internazionale, è tornata con prepotenza centrale nella politica internazionale, addirittura rischiando di infiammare tutta la regione Medio Oriente. Qualcosa che, prima del 7 ottobre, appariva semplicemente impossibile. E sì, i governi occidentali si sono schierati unanimemente con Tel Aviv, ma le loro opinioni pubbliche sono molto più divise a riguardo: si veda soltanto il caso emblematico della Francia, con il Governo che è arrivato a proibire le manifestazioni propalestinesi per ragioni di ordine pubblico, sapendo trattarsi di una questione altamente polarizzante e destabilizzante in politica interna, non estera. Qualcuno definisce l’attacco dello scorso 7 ottobre come una batosta. Come ha fatto l’intelligence israeliana a non prevedere una cosa del genere? Oppure si può parlare di bravura militare di Hamas? Si può parlare di entrambe, ma quello che colpisce è soprattutto il fallimento non solo dell’intelligence (dello Shin Bet, in questo caso: a dimostrazione del fatto che

Nel 2023 si stanno delineando scenari che potrebbero cambiare la geopolitica in maniera radicale. Solo negli ultimi giorni l’aereo del fondatore della Wagner, Evgenij Prigozhin, si è schiantato mettendo fine alla vita di una delle persone che ha provato a mettere i bastoni tra le ruote al presidente russo Vladimir Putin. Nel mese di agosto un golpe di Stato in Niger ha creato ulteriore instabilità nella fascia del Sahel ed infine i Brics hanno ricevuto sei nuove adesioni. Di questi argomenti abbiamo parlato con Elia Morelli, ricercatore in Storia all’Università di Pisa ed analista geopolitico per la rivista Domino. Cosa succederà alla Wagner dopo Prigozhin? Penso che dopo la marcia verso Mosca del 24 giugno Prigozhin era un morto che camminava. Indipendentemente dal suo obiettivo la marcia armata verso la Capitale per esautorare i vertici moscoviti significava mettere in dubbio il potere interno della Federazione Russa. I nemici erano il ministro della Difesa Shoigu e il Capo di Stato Maggiore Gerasimov. Di fatto il presidente Putin non poteva accettare una sfida così aperta in Russia, anche perché in questo momento si sta combattendo un conflitto percepito come guerra esistenziale dal Cremlino. La morte di Utkin e Prigozhin, indipendentemente da chi ha organizzato il tutto, è stato un modo per rafforzare la verticale del potere all’interno della Federazione Russa da parte dei notabili moscoviti. Sono state eliminate due figure particolarmente importanti ed ingombranti. Cosa ne sarà del gruppo Wagner? Il gruppo Wagner dal 2015 in poi ha agito come longa manus degli interessi della Russia in molti scenari: dalla Siria all’Ucraina fino al continente africano. Abbiamo visto il ruolo giocato dai wagneriti nei colpi di Stato avvenuti in Guinea, Mali, Burkina Faso, il loro protagonismo nella Repubblica Centrafricana e il supporto esterno, almeno a livello

La Cina ha speso 50 miliardi per un progetto leader nel fotovoltaico. La stessa cifra ha speso l’Italia per il reddito di cittadinanza. Mi chiedo quanto lavoro ha prodotto il progetto cinese e quanto il rdc. Sul nucleare si è fatto terrorismo. É trovato un giacimento di petrolio a Cipro, ma nel basso Ionio ce ne sono tanti. Però chi può trivellare ha le mani legate.

L’Italia vive di turismo e questo è noto a molti. Ma è possibile anche “morire” di turismo? Il fenomeno dell’overtourism fa più male che bene alle nostre città e ne sradica alle volte l’identità. E’ possibile porre un rimedio a tutto questo senza distruggere uno dei settori più redditizi del nostro Paese. Ne parliamo con Alessandro Zezza, imprenditore leccese ed autore del libro “Overtourism-l’era del viaggiatore globale”. Che origini ha l’overtourism e cosa ha permesso la sua diffusione? L’overtourism rappresenta un fenomeno complesso e multidimensionale che ha origine da diverse cause interconnesse. Per comprenderne la sua genesi e diffusione, è fondamentale analizzare le seguenti dimensioni: Crescita del Turismo: L’espansione del turismo globale è stata un fattore chiave nell’insorgere dell’overtourism. Nel corso delle ultime decadi, la crescita economica, la maggiore accessibilità ai viaggi aerei e l’aumento del tempo libero hanno favorito un aumento esponenziale delle destinazioni turistiche e del flusso di turisti. Globalizzazione: La globalizzazione ha creato un’interconnessione tra le culture e facilitato la diffusione delle informazioni. I mezzi di comunicazione di massa e l’accesso a Internet hanno reso le destinazioni più visibili e accessibili, alimentando ulteriormente il desiderio di visitarle. Economia: L’industria turistica rappresenta una significativa fonte di reddito per molte regioni, spingendo gli amministratori locali a promuovere il turismo come strumento di sviluppo economico. Questo ha portato a politiche volte ad attirare più turisti, spesso a discapito della sostenibilità ambientale e culturale. Marketing e Social Media: I social media hanno giocato un ruolo determinante nella promozione delle destinazioni e nella creazione di tendenze turistiche. Le piattaforme di condivisione di foto e racconti di viaggio hanno amplificato la visibilità delle destinazioni e incentivato il turismo di massa. Trasporti: L’accessibilità migliorata grazie agli sviluppi nel settore dei trasporti, come l’espansione delle reti aeree low-cost e delle infrastrutture di trasporto, ha reso

Quali sono le forze politiche che spingono per un cambio di regime. C’è poi una scadenza importante per l’Iran: quella del prossimo febbraio quando ci saranno le elezioni legislative che saranno un banco di prova importante: si potrà capire cosa succederà…mancano ancora diversi mesi ma ci sono ancora in ballo diverse questioni, come quella economica, che sono importanti all’interno del sistema

Il caldo di questa estate è anomalo. Le temperature che si registrano in tutta Italia preoccupano dopo una primavera dove si sono verificate anche alluvioni o fenomeni climatici estremi. Abbiamo parlato del caldo anomalo e di cambiamento climatico con il professor Massimo Frezzotti, glaciologo e docente dell’Università Roma Tre
BeeMagazine è un progetto culturale ed editoriale fondato da The Skill Group nel 2021 e animato da un gruppo di giovani, con l’inserimento di alcuni professionisti di lungo corso Continua a leggere
Per i vostri comunicati stampa scrivete all’indirizzo: beemagazine.it@gmail.com
Testata registrata presso il tribunale di Roma il 22/10/2020
The Skill Srl – Società benefit
Viale Parioli 56, 00197, Roma (RM)
P.IVA 01468310113
Coordinatore editoriale The Skill Group: Roberto Brunelli
Direttore editoriale: Mario Nanni
Direttore responsabile: Giovanni Cioffi